La comprensione del testo

Saper leggere un testo non significa solo saper pronunciare in modo corretto le parole che lo compongono ma anche comprenderne il significato. Capire un testo è un compito molto complesso che implica diverse abilità specifiche.

Negli ultimi decenni sempre maggiore attenzione è stata dedicata all’abilità di lettura, sia in termini di correttezza che di rapidità, e alla difficoltà specifica a essa correlata, la dislessia.

Solo recentemente le ricerche si sono focalizzate sull’abilità di comprensione del testo che tuttavia non rientra nei disturbi specifici dell’apprendimento.

Comprendere un testo e saperlo leggere ad alta voce sono due abilità correlate ma che coinvolgono aspetti differenti, e non sempre il deficit in una delle due comporta un deficit anche nell’altra.

Saper leggere un testo ad alta voce significa saper pronunciare le parole che lo compongono in modo corretto e con una velocità adeguata, saperlo comprendere invece significa coglierne il significato.

Numerose ricerche suggeriscono che questi due aspetti della lettura siano indipendenti tra loro (Pazzaglia, Cornoldi e Tressoldi, 1993), ad esempio un bambino potrebbe essere in grado di leggere perfettamente un brano ad alta voce pur non riuscendo a comprenderne il significato e viceversa potrebbe essere in grado di comprenderlo in modo sufficiente pur avendo una lettura lenta o caratterizzata dalla presenza di diversi errori.

La comprensione del testo è un’abilità indispensabile sia in ambito scolastico che nella vita di tutti i giorni. Avere difficoltà a comprendere un testo comporta necessariamente difficoltà su vari fronti, ad esempio a studiare in modo autonomo sui libri per prepararsi a una verifica, saper leggere una ricetta di cucina, un libretto d’istruzioni o un libro nel tempo libero.

Tale abilità è deficitaria in molti studenti, ma non solo, studi internazionali indicano che il 70% degli italiani si trovi sotto al livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà.

Un bambino con importanti difficoltà di comprensione non necessariamente andrà incontro all’insuccesso scolastico ma raggiungerà risultati inferiori rispetto agli altri e a quanto ci si aspetterebbe dalle sue capacità. Tutto ciò potrà influire negativamente sulla sua motivazione e sull’investimento nello studio.

L’abilità di comprensione del testo può essere valutata attraverso brani specifici per l’età di scolarizzazione accompagnati da domande aperte o a scelta multipla.

Tale abilità è molto complessa e comprende diversi aspetti cognitivi, per questo motivo bambini con difficoltà di comprensione possono cadere su aspetti differenti di uno stesso testo.

Per comprendere un testo sono necessarie 10 abilità (De Beni, Cornoldi, Carretti e Meneghetti, 2003):

1. Saper identificare i personaggi, il tempo e il luogo in cui si svolge la storia e i fatti narrati;

2. Distinguere i fatti e ordinarli in sequenza;

3. Saper comprendere la struttura sintattica, ad esempio la punteggiatura;

4. Saper fare dei collegamenti tra parti diverse della storia;

5. Saper fare delle inferenze;

6. Avere una sensibilità verso il testo, ad esempio saper trarre informazioni dal titolo o dal genere letterario;

7. Riconoscere la gerarchia del testo, ad esempio individuandone gli elementi importanti;

8. Sapersi rappresentare mentalmente ciò che viene letto;

9. Saper lavorare sul testo e scegliere strategie in modo flessibile a seconda dello scopo e del testo;

10. Essere in grado di individuare errori, incongruenze o significati ambigui.

Individuando gli aspetti maggiormente deficitari sarà possibile potenziarli in modo selettivo aiutando così il bambino a migliorare la sua comprensione globale.

Il deficit di comunicazione nell’autismo

Tra i sintomi distintivi dell’autismo vi è un deficit nella comunicazione sociale. I genitori di bambini con autismo spesso iniziano a rendersi conto che il proprio figlio ha qualche problema proprio per il mancato o ritardato sviluppo del linguaggio.

 

Il deficit comunicativo può comprendere diversi aspetti tra i quali una compromissione della comunicazione verbale e non verbale, della capacità del soggetto di rispettare i turni comunicativi, della condivisione di simboli e significati impliciti ed espliciti.

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Spazio Bimbi: Il deficit di comunicazione nell'autismo
Le difficoltà nella comunicazione si evidenziano già nella primissima infanzia: i bambini con autismo infatti non presentano la lallazione né utilizzano altre vocalizzazioni con intento comunicativo; a differenza dei bambini sordi o di quelli con disturbo specifico del linguaggio non compensano l’assenza di linguaggio con altre modalità (gesti o mimica). Per esempio, la capacità di indicare o fare richieste tramite comunicazione gestuale è compromessa. Spesso non fanno richieste ma sviluppano una precoce autonomia nel procurarsi ciò che desiderano.

Presentano difficoltà anche nell’attenzione condivisa, ovvero non alternano lo sguardo tra il partner comunicativo e l’oggetto. Manca loro la capacità di usare lo sguardo per condividere con l’altro l’attenzione su un evento esterno. Inoltre, non guardano il volto dell’adulto per capire come comportarsi in situazioni ambigue.

Esiste comunque un’ampia variabilità ed eterogeneità dei sintomi tra i soggetti con disturbi nello spettro autistico. In alcuni casi il bambino sembra svilupparsi normalmente per un certo periodo, può acquisire le prime parole, ma poi si manifesta un arresto dello sviluppo o una regressione, cioè una vera e propria perdita di competenze.

In altri il linguaggio risulta adeguato ma è compromessa la capacità di iniziare o sostenere una conversazione con altri. In questo caso le difficoltà maggiori riguardano la capacità di rispettare l’alternanza dei turni, tenere conto di ciò che esprime l’altro, e spesso la conversazione può essere centrata esclusivamente sugli interessi limitati e ristretti del soggetto con autismo.

Un elemento spesso presente è l’ecolalia che può essere immediata o differita a seconda che ripeta, con intonazione simile, parole o frasi udite subito o sentite molto tempo prima.

Un’altra caratteristica che potrebbe essere presente nei soggetti con autismo riguarda un’alterazione dei tratti paralinguistici come la cadenza o l’enfasi per modulare la conversazione (tono, volume, prosodia).
A volte anche la comprensione del linguaggio risulta deficitaria, mostrano quindi difficoltà a comprendere il significato di alcune parole, frasi, o di consegne contestuali (es. Vai a prendere le scarpe in camera).

La competenza comunicativa è il fattore principale che determina la possibilità delle persone con autismo di sviluppare relazioni con gli altri e partecipare alle attività quotidiane a casa, a scuola e nella comunità. Risulta fondamentale porre una diagnosi precoce in modo da intervenire tempestivamente sullo sviluppo delle capacità linguistiche e comunicative.

Che cos’è la Sindrome di Asperger?

La Sindrome di Asperger prende il nome da Hans Asperger, il medico che per primo ha studiato bambini che presentavano particolari difficoltà nelle interazioni sociali, nella comunicazione e che mostravano interessi particolari.

Questa sindrome è stata inserita nel Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) nel 1994 all’interno dei Disturbi Pervasivi dello Sviluppo. Ciò che differenzia bambini con Asperger da bambini con Autismo è la presenza di un livello intellettivo, uno sviluppo del linguaggio e capacità di autonomia nella norma. Possono avere anche abilità cognitive maggiori rispetto ai coetanei.

Tuttavia con la nuova edizione del manuale diagnostico DSM-V nel 2013 non si distingue più tra Sindrome di Asperger e Autismo ma si parla di Disturbi dello Spettro Autistico con diverse gravità.
La diagnosi può essere fatta dopo i cinque anni di età, ma in alcuni casi le persone scoprono di avere questo quadro diagnostico anche in età adulta.

È un disturbo che è presente fin dalla prima infanzia, ma si può manifestare più tardi, quando le capacità necessarie per interagire con il mondo esterno divengono sempre più complesse.

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Spazio Bimbi: Che cos’è la Sindrome di Asperger?
La difficoltà principale riguarda le interazioni sociali, non per gli aspetti prettamente linguistici ma per quanto riguarda le convenzioni sociali e la comunicazione non verbale, cioè ciò che viene espresso attraverso il corpo, con lo sguardo, con i gesti e con il tono della voce che spesso in questi bambini può apparire piatto e inadeguato.

Un’altra difficoltà, non di poco conto, deriva dal fatto che queste persone interpretano ciò che gli viene detto in senso letterale con conseguenti disagi nel rapporto con gli altri. Le conversazioni, infatti, assumono un significato non solo per le parole che le compongono ma anche a seconda della situazione, della postura del corpo, del tono della voce, delle emozioni coinvolte e a seconda dello scopo. Tutti questi aspetti risultano incomprensibili ad un bambino con Asperger. Per esempio potrebbero avere difficoltà a comprendere quando una persona sta scherzando, o sta usando modi di dire.

Questi bambini mostrano anche difficoltà a comprendere, interpretare ed esprimere le emozioni con conseguente difficoltà a relazionarsi in modo adeguato nelle diverse situazioni e con il rischio di apparire agli estranei come maleducati. Possono avere difficoltà a esprimere i propri pensieri o a fare richieste e allo stesso modo a comprendere gli altri.

Tutto ciò rende molto difficoltoso relazionarsi con i coetanei, spesso questi bambini possono essere vittime di bullismo.
Un’altra caratteristica è la presenza d’interessi insoliti e ristretti presenti già dai primi anni di vita che possono iniziare a manifestarsi verso parti di oggetti, ad esempio interesse eccessivo verso le ruote delle macchinine, per poi trasformarsi in interessi a collezionare oggetti particolari, divenendo poi dei veri e propri esperti su un argomento specifico (ad esempio il computer, i treni o su un animale in particolare).

Possono mostrare anche difficoltà di apprendimento e di coordinazione motoria, spesso appaiono goffi, particolarmente sensibili a determinati suoni, gusti o stimoli tattili.

È importante sottolineare che ogni bambino è diverso e può manifestare difficoltà differenti, non tutti i bambini con Asperger avranno necessariamente tutti le stesse difficoltà.

Autismo e 8 falsi miti

Dopo la giornata del 2 Aprile per la consapevolezza dell’autismo, ci sembra importante continuare a parlare di questo argomento, perchè si arrivi a una vera consapevolezza anche gli altri giorni dell’anno.

Nella cultura moderna si parla spesso di autismo, in TV, sui giornali, sui libri, ma a volte si diffondono tra le persone quelli che comunemente si chiamano “falsi miti”, ossia credenze erronee però molto diffuse.

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Ecco alcuni miti da sfatare:

  1. L’autismo deriva da una mancanza d’affetto: l’autismo è un disturbo del neurosviluppo con basi genetiche e biologiche; la causa relazionale è stata completamente confutata. Pertanto una psicoterapia psicoanalitica non è definibile come l’approccio corretto, come anche sottolineato dalle linee guida del Sistema Sanitario Nazionale
  2. Le persone con autismo sono dei geni: questa credenza è stata largamente diffusa da diversi film, come “Rain man”. I bambini con autismo presentano una grande variabilità di deficit cognitivo; solo una parte ha intelligenza nella norma o superiore. È vero invece che possono presentare “isole di abilità”, e avere per esempio un’ottima memoria visiva mentre altre abilità risultano molto inficiate.
  3. Non vogliono essere toccati: Possono esistere in alcune persone con disturbo dello spettro autistico delle difese tattili per le quali non amano il contatto fisico, ma molti altri cercano attivamente abbracci e baci da altre persone.
  4. Non guardano mai negli occhi: questo è considerato un indicatore precoce che può segnalare il sospetto di autismo, ma non è affatto vero che tutti fuggano il contatto oculare; ugualmente non è vero che se un bambino guarda negli occhi, allora non è autistico.
  5. L’autismo è causato dai vaccini: questa è forse la più grande credenza sull’autismo. Un medico inglese infatti alla fine degli anni ’90, Andrew Wakerfield, annunciò la scoperta tra vaccino trivalente e autismo. Questo medico fu successivamente radiato dalla professione in quanto aveva modificato i dati della sua ricerca al fine di commercializzare la vaccinazione singola per ogni malattia, che egli stesso aveva brevettato. Studi ulteriori evidenziarono come si presenti disturbi dello spettro autistico anche all’interno di gruppi di bambini non vaccinati. Inoltre la maggior incidenza del disturbo nei fratelli e nei maschi rispetto alle femmine indica una chiara base genetica. Una delle teorie diffuse nel mondo scientifico è che il vaccino funzioni da “catalizzatore”, accelerando un processo che si presenterebbe in ogni caso. La discussione è ancora aperta e sono in corso nuove ricerche a riguardo.
  6. L’autismo è causato dall’alimentazione e si può curare con la dieta: anche questa credenza è sfatata dalle linee guida del Sistema Sanitario Nazionale. Non ci sono infatti evidenze scientifiche che provino che la dieta senza lattosio o glutine porti a significativi miglioramenti.
  7. Dall’autismo si può guarire: l’autismo è una condizione permanente, che dura tutta la vita. Esistono però terapie, di approccio cognitivo-comportamentale, che possono cambiare la qualità della vita del bambino e della famiglia. Gli esiti della terapia dipendono in parte però dal ritardo cognitivo associato alle caratteristiche autistiche.
  8. Le persone autistiche non hanno sentimenti: anche le persone con autismo provano gli stessi sentimenti di tutte le altre persone; la peculiarità è il modo in cui possono manifestare queste emozioni.

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Autismo: quali sono gli indicatori precoci?

Questa settimana approfondiamo il tema dell’autismo, andando a delineare i segnali d’allarme che ne permettono l’identificazione precoce nei bambini.

L’autismo è un disturbo dello sviluppo, la cui origine neurobiologica è ormai riconosciuta ed i cui criteri diagnostici sono chiaramente definiti. L’autismo è definito dalla compromissione della comunicazione, dell’interazione sociale e da caratteristiche di comportamento rigido e stereotipato. L’identificazione precoce dell’autismo rappresenta una sfida importante poiché apre delle possibilità di presa in carico ad un’età dove alcuni processi di sviluppo possono ancora venire modificati. Le ricerche che valutano gli effetti di un intervento precoce mostrano che i bambini beneficiari di tali interventi presentano dei progressi significativi sul piano cognitivo, emotivo e sociale.autism

Diverse ricerche in letteratura vertono sull’identificazione di quei segnali che possano essere considerati dei criteri affidabili dell’autismo. I segnali precoci dell’autismo comprendono difficoltà nell’ambito della comunicazione, dell’interazione sociale e del comportamento. La diagnosi viene effettuata ancora relativamente tardi (intorno ai 3-4 anni) e, generalmente, viene formulata da un neuropsichiatra dopo che i genitori mostrano preoccupazioni relative al comportamento del proprio bambino. La diagnosi si può fare solo attraverso dati di tipo clinico, che si basano cioè sull’osservazione del comportamento del bambino, e va condotta da specialisti del settore che potrebbero riconoscere i sintomi dell’autismo anche molto precocemente (tra i 12 e i 13 mesi).

Gli elementi caratteristici inerenti la comunicazione sono:

-non risponde al suo nome quando viene chiamato

-non è capace di chiedere cosa desidera

-ha difficoltà a richiedere aiuto

-il linguaggio è in ritardo

-non segue le indicazioni che gli vengono date

-a volte sembra sordo

-non indica e non saluta con la mano

-prima diceva qualche parola ora non più

I segnali inerenti il comportamento:

-ha crisi di aggressività

-è iperattivo, poco collaborativo, oppositivo

-non sa come usare i giochi

-mostra un inusuale attaccamento agli oggetti

-cammina in punta di piedi

-allinea gli oggetti

-presenta movimenti bizzarri, come dondolarsi o sfarfallare con le mani

-può focalizzare l’attenzione in modo ossessivo su alcuni oggetti per via del colore o della forma

-è ipersensibile a certi suoni o stimoli

-ha difficoltà ad adattarsi a qualunque cambiamento nella giornata o nell’ambiente

Infine, ecco alcuni segnali d’allarme inerenti la socialità:

-assenza di risposta al sorriso sociale

-preferisce giocare da solo

-mostra un’eccessiva indipendenza

-prende gli oggetti da solo

-mostra scarso contatto oculare

-non è interessato agli altri bambini

Qualora i genitori dovessero riscontrare tutti o alcuni di questi sintomi nel proprio bambino è consigliabile non sottovalutare tali segnali e rivolgersi ad uno specialista.

2 Aprile: Giornata mondiale dell’autismo

La Linea Guida 21: Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti.

I Disturbi dello spettro autistico sono caratterizzati da un deficit della comunicazione e dell’interazione sociale e dalla presenza di interessi e attività ristrette e ripetitive. Tali difficoltà sono presenti sin dall’infanzia e compromettono il funzionamento quotidiano (DSM V).

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Spazio Bimbi: 2 Aprile: Giornata Mondiale dell’Autismo
Negli ultimi anni la sensibilità verso questo tipo di disabilità sembra essere aumentata, tuttavia vi è ancora molta confusione riguardo a quali siano i trattamenti più indicati. Per porre chiarezza nel 2011 è stata analizzata la letteratura internazionale più recente su tale argomento allo scopo di individuare quali siano gli interventi efficaci e basati sull’evidenza scientifica. Tale rassegna ha portato alla stesura da parte dell’Istituto Superiore di Sanità della Linea Guida 21 in cui sono indicati i trattamenti raccomandati, la cui efficacia è dimostrata da ricerche, gli interventi di cui vi è un’evidenza emergente (probabilmente efficaci), gli interventi sperimentali, di cui non vi è ancora evidenza scientifica, e gli interventi che invece non sono raccomandati perché inefficaci e potenzialmente dannosi (degli Espinosa, F. (2012) L’analisi del comportamento applicata nella Linea Guida 21: il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti. Psicologia Clinica dello Sviluppo, 3, 600–638).

Gli interventi raccomandati sono quelli basati sull’analisi del comportamento, nello specifico vengono indicati:
– Interventi mediate dai genitori, dove il genitore guidato da un professionista mette in atto nel contesto di vita quotidiana delle modalità che permettono di migliorare le abilità adattive del figlio;
– Uso di strumenti di comunicazione alternativa (PECS, linguaggio dei segni), per compensare il deficit del linguaggio in modo non vocale;
– Interventi intensivi precoci basati sull’ABA (Analisi del Comportamento Applicata);
– Interventi comportamentali che vadano a lavorare su una diminuzione dei comportamenti problema, ad incrementare le capacità adattive e sui disturbi del sonno;
– Terapia cognitivo comportamentale per la gestione dell’ansia e della rabbia in persone con Asperger;
– Uso di melatonina per i disturbi del sonno, nei casi in cui l’intervento comportamentale non si sia dimostrato efficace.

Interventi di cui vi è un’evidenza emergente:
– TEACCH;
– Interventi a supporto della comunicazione sociale.

Interventi sperimentali:
– Musicoterapia;
– Dieta senza glutine e caseina;
– Vitamina b6, magnesio, Omega-3.

Interventi non raccomandati:
– Auditory Integration Therapy (un intervento basato sull’alterazione di frequenze sonore);
– Comunicazione facilitata;
– Terapia con ossigeno iperbarico.

Queste linee guida rappresentano il primo grande passo nell’orientare i professionisti che lavorano con questo tipo di difficoltà su quali tipi di intervento raccomandare ai propri pazienti e in generale nel tutelare questi ultimi e nel rispondere ai loro bisogni e a quelli delle loro famiglie.

Quando è il corpo a parlare

Ci sono bambini che la mattina, prima di andare a scuola, si lamentano di forti mal di testa; altri in concomitanza di eventi sportivi, hanno frequenti episodi di dolori alla pancia e vomito. Questi disturbi, che sembrano non avere una base organica, spesso sono riconducibili a malesseri di tipo psicologico, che il bambino non riesce a esprimere in modo corretto.

I disturbi psicosomatici sono un insieme di manifestazioni sintomatologiche molto diffuse nell’infanzia.

I malesseri che si presentano più frequentemente sono eczema, coliche, emicrania, asma, vomito e disturbi del sonno: generalmente infatti sono riconducibili alla cute, all’apparato digerente e all’apparato respiratorio.

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Spazio Bimbi: Quando è il corpo a parlare
L’incidenza di questi disturbi parte dai 2-3 anni d’età e rimane elevata anche negli anni successivi. Secondo Casini (2004), le visite pediatriche per disturbi di tipo psicosomatico rappresentano tra il 13% e il 24% del totale.

Questi sintomi insorgono in quanto il bambino non riesce a esprimere i suoi disagi in relazione a particolari situazioni; ciò è particolarmente frequente nelle fasi di sviluppo del linguaggio, in cui il bambino ancora non padroneggia ancora lo strumento comunicativo a sufficienza per descrivere le sue emozioni.

La somatizzazione significa infatti materializzare paure, angosce, rabbia, attraverso il corpo.

Per questo motivo non bisogna minimizzare il malessere del bambino o attribuire i sintomi a malattie immaginarie, ma approfondire il problema e cercare di comprendere che tipo di disagio sta vivendo il nostro bambino.

È bene quindi notare se queste situazioni si presentano frequentemente in concomitanza con particolari eventi, come andare a scuola, interrogazioni, eventi sportivi.

Altri fattori che possono incidere sulla salute psicofisica del bambino sono il clima di negativo all’interno della famiglia, come la presenza di relazioni disturbate e conflitti familiari e avvenimenti traumatici interni ed esterni alla famiglia.

Anche momenti di “passaggio” nella crescita del bambino possono innescare disturbi di tipo psicosomatico: la nascita di un fratellino, l’ingresso all’asilo, un lutto familiare.

La prima cosa da fare è comunque rivolgersi al proprio pediatra per escludere le cause organiche; una volta scartata questa ipotesi, sarebbe bene ricorrere all’aiuto di uno specialista, come uno psicologo, psicoterapeuta o neuropsichiatra infantile.

Lo scopo dell’intervento non sarà solo curare il sintomo, ma cercare di comprendere quale messaggio il bambino cerca di trasmettere e lavorare sull’emozione ad esso associata.

Cos’è il mutismo selettivo

Il Mutismo Selettivo è un disturbo dell’infanzia poco noto, caratterizzato dall’incapacità di parlare in alcuni contesti sociali, nonostante lo sviluppo e la comprensione del linguaggio siano nella norma. Vediamo di seguito quali sono le caratteristiche di questo disturbo.

Il Mutismo Selettivo è un disturbo che si caratterizza per l’incapacità di parlare in una o più situazioni sociali, mentre in altre (solitamente a casa, con i propri familiari o conoscenti) il bambino riesce a parlare. Per poter parlare di Mutismo Selettivo è necessario che la durata del disturbo sia maggiore di un mese e che non si tratti solo del primo mese di scuola, nel quale i bambini possono essere riluttanti a parlare. Nel Manuale Diagnostico internazionale (DSM-5) il Mutismo Selettivo è inserito tra i disturbi d’ansia: infatti il bambino vorrebbe comunicare ma non riesce perché una forte ansia glielo impedisce.

L’incidenza del Mutismo Selettivo è di circa un caso ogni mille bambini, con maggior prevalenza nel sesso femminile. L’insorgenza del disturbo si colloca tra i 3 e i 5 anni, età in cui il bambino si distacca dal nucleo familiare.

Una gran percentuale di questi bambini (circa il 90% di essi) presenta in associazione al Mutismo Selettivo un quadro di fobia sociale. Essi appaiono, dunque, come estremamente timidi, timorosi e spaventati dall’eventualità di imbattersi in interazioni sociali nelle quali prevedono di dover parlare e comunicare. Si sentono esposti al giudizio, assumono un comportamento non verbale rigido ed impacciato, uno sguardo assente e inespressivo, tendono ad evitare il contatto oculare e a trovare qualcosa con cui giocherellare e/o a nascondersi se si rendono conto di essere oggetto dell’attenzione di altri. Danno l’impressione di ignorare l’altro anche se in realtà temono il confronto in un ambiente percepito come poco sicuro, in cui hanno il sentore che l’aspettativa riversata nei loro confronti sia troppo elevata rispetto alle risorse che sentono di possedere per farvi fronte. Questi atteggiamenti possono, dunque, compromettere le normali relazioni e interazioni del bambino, conducendolo in uno stato di isolamento.

Risulta fondamentale, qualora il disturbo dovesse persistere ed interferire con le normali attività di vita quotidiana del bambino, consultare un professionista ed intervenire precocemente nella riduzione graduale dell’ansia.

I disturbi specifici della scrittura: Disgrafia e Disortografia

Il disturbo specifico di scrittura si definisce disgrafia o disortografia, a seconda che interessi rispettivamente la grafia o l’ortografia. Segni di disgrafia o disortografia spesso appaiono durante i primi anni di scuola primaria, una diagnosi precoce permetterebbe da una parte di evitare errori di valutazione che possano portare a colpevolizzare il bambino e dall’altra la messa in atto di aiuti specifici e individualizzati.

La disgrafia fa riferimento al controllo degli aspetti grafici, formali, della scrittura manuale, ed è collegata al movimento motorio-esecutivo della prestazione. Essa si manifesta in una minore fluenza e qualità dell’aspetto grafico della scrittura. In genere il problema della scrittura disorganizzata viene sollevato dagli insegnanti della scuola primaria, che lamentano la difficoltà a seguire il bambino nel suo disordine. I sintomi manifestati possono essere: difficoltà visuo-spaziali (problemi con la forma e la spaziatura delle lettere, difficoltà a organizzare le parole da sinistra a destra della pagina, difficoltà a scrivere su una linea o dentro i margini) e difficoltà motorie (problemi nell’impugnatura di matite, incapacità ad usare le forbici in modo corretto, posizionare il polso, il braccio o il corpo in maniera scorretta durante la scrittura).

Molti bambini con disgrafia non riescono a scrivere correttamente una parola su una riga e la grandezza delle lettere è variabile, al punto da far apparire la scrittura disordinata e illeggibile. Per scrivere sono necessarie tutta una serie di complesse capacità motorie, riprodotte in sequenza, ed una serie di processi volti all’elaborazione del linguaggio. Nei bambini disgrafici queste abilità non sono adeguatamente integrate, risulteranno quindi più lenti e impacciati nello scrivere. Senza gli aiuti necessari, un bambino con disgrafia farà sicuramente più fatica a scuola, con tutte le conseguenze negative che possono verificarsi sia a livello emotivo che comportamentale.

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La disortografia riguarda invece l’utilizzo, in fase di scrittura, del codice linguistico in quanto tale ed è all’origine di una minore correttezza del testo scritto. Si può definire come un disordine di codifica del testo scritto, che viene fatto risalire ad un deficit di funzionamento delle componenti centrali del processo di scrittura, responsabili della transcodifica del linguaggio orale nel linguaggio scritto. Gli errori ortografici che il bambino commette possono essere: omissioni di grafemi o parti di parola (es. pote per ponte o camica per camicia), sostituzioni di grafemi (es. vaccia al posto di faccia),

inversioni di grafemi (es. il al posto di li), errori con le doppie, difficoltà a riconoscere gruppi sillabici complessi (gn, ch, gl), omissione o aggiunta dell’h. Solitamente questi problemi insorgono in seconda elementare e si protraggono nel tempo. Il più delle volte passano inosservati e vengono confusi con i normali problemi riscontrati nell’apprendimento, ma se perdurano nel tempo e si intensificano sono indicatori di un estremo disagio a carico della scrittura.

Ricordiamo che gli alunni con DSA (Disturbo Specifico dell’Apprendimento) hanno un quoziente intellettivo nella norma, e disortografia e disgrafia sono definiti in base alle prestazioni attese per l’età anagrafica dell’alunno. Molto spesso i due disturbi coesistono nello stesso bambino ed è frequente l’associazione con altre problematiche relative alla sfera dell’apprendimento, come la dislessia e la discalculia.

L’impatto di questi disturbi sullo sviluppo del bambino varia in base ai sintomi e alla loro gravità; spesso rimangono indietro con il lavoro scolastico, impiegano più tempo degli altri a svolgere le attività, e per questo possono scoraggiarsi ed evitare compiti in cui è richiesto l’uso della scrittura. Inoltre, possono sentirsi frustrati o in ansia rispetto ai loro coetanei e, se giudicati pigri o svogliati, potrebbero sviluppare una bassa autostima.

Se le difficoltà persistono sarebbe utile procedere con una valutazione specifica volta a giungere ad una adeguata diagnosi per inquadrare la problematica presentata. Al termine del percorso diagnostico, se viene confermata la presenza di disgrafia o disortografia è possibile attuare specifici trattamenti mirati a integrare e compensare i problemi presentati.

La legge 170/2010 riconosce a livello normativo le difficoltà che gli alunni con Disturbo Specifico dell’Apprendimento si trovano ad affrontare e prevede nelle scuole l’uso di strumenti compensativi, che permettono di compensare la debolezza funzionale derivante dal disturbo (ad es. prove orali al posto di compiti scritti, matite ergonomiche, quaderni per l’avvio alla stampato maiuscolo con guide direzionali del movimento, quaderni per l’avvio al corsivo con guide direzionali, computer con programmi per la videoscrittura e sintesi vocale) e di misure dispensative, che riguardano la dispensa da alcune prestazioni, predisponendo modalità più adatte alle caratteristiche del bambino (ad es. evitare all’alunno la scrittura sotto veloce dettatura, la copiatura dalla lavagna, scrivere in corsivo, prendere appunti).

Riconoscere il disturbo in seguito ad un’attenta valutazione da parte di esperti, seguire un programma educativo individualizzato a scuola e lodare il bambino per gli sforzi impiegati nel

raggiungere il risultato, possono motivare gli alunni ad andare avanti nel loro percorso scolastico mantenendo alta l’autostima.

Essere fratelli di bambini con disabilità

Quando in famiglia arriva un bambino con disabilità molto spesso tutti gli equilibri e le dinamiche famigliari vengono profondamente condizionate; è necessaria una rielaborazione di ruoli, equilibri ed emozioni, una riorganizzazione in vista di nuovi bisogni. Crescere con un fratello o una sorella affetti da disabilità non è semplice: il rischio per la famiglia è di vivere concentrata sul disturbo, lasciando poco spazio agli altri figli.

 

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I fratelli o sorelle di bambini disabili vengono definiti Siblings. Questo termine inglese venne scelto negli anni ’90 dalle prime associazioni di persone cresciute con un fratello disabile, per indicare il loro essere fratelli ma in una maniera un po’ diversa e speciale. I genitori hanno un ruolo fondamentale nell’aiutare i fratelli a prendere coscienza della situazione, mettendo loro sin da subito a conoscenza della verità, senza troppo filtri e con le parole più semplici e comprensibili. Così come è necessario spiegare la disabilità al bambino che ha il disturbo, lo è anche spiegarla ai fratelli o sorelle. I genitori potranno utilizzare anche libri per bambini, e dovranno cercare di favorire il dialogo sul tema all’interno del nucleo famigliare, in modo che i bambini possano fare domande e trovare delle risposte.

I fratelli devono partecipare a tutti gli aspetti di vita dell’altro, seppur con dei limiti ben chiari altrimenti il rischio è quello di responsabilizzare precocemente questi bambini. Sono i genitori a doversi occupare dei figli. Costringere un bambino ad avere attenzioni particolari per il fratello, a restare sempre con lui e obbligarlo a giocarci insieme è un approccio non consigliabile. Si rischia che il fratello venga vissuto come una presenza imposta dai genitori e si trasformi in un fardello pesante da dover portare. E’ fondamentale garantire al bambino il proprio spazio personale, da dedicare a sé stesso e alle sue attività.

Quando tra i fratelli c’è poca differenza di età spesso si trovano a frequentare la stessa scuola e attività, potrebbe così capitare di trovarsi a vivere delle emarginazioni e pressioni sociali, in particolare da parte degli altri bambini. Ciò li pone in una situazione di conflitto psicologico tra la fedeltà che pensano di dovere ai loro fratelli indifesi e il desiderio di essere riconosciuti come componenti del gruppo sociale a cui appartengono. I genitori dovrebbero cercare di ascoltare ed accogliere emozioni come quelle della vergogna che il bambino in alcuni casi potrebbe sperimentare, così come frustrazione, impotenza e senso di colpa. I bambini proveranno sollievo nel poter esprimere le loro emozioni senza essere giudicati. A questo proposito, nelle scuole un ruolo

molto importante lo rivestono gli insegnanti, ai quali spetta il compito di affrontare con la classe il tema della disabilità e aiutarne la comprensione.

E’ evidente che occuparsi di un bambino con disabilità richiede più tempo ed energia da parte dei genitori, a volte questo può creare delle gelosie nei fratelli. Un modo per ristabilire l’equità potrebbe essere quello di riservare dei momenti ai fratelli o sorelle a loro dedicati.

Avere un fratello o una sorella con disabilità non significa assolutamente essere svantaggiati, anzi da questa esperienza fraterna particolare possono svilupparsi competenze emotive molto preziose. Anche se la situazione non è sempre facile per loro, è comunque un’occasione di apprendimento. Il confronto con la diversità insegna la tolleranza, la solidarietà e la generosità, il senso della giustizia e dell’uguaglianza.