Novità dal Ministero dell’Istruzione: arriva il liceo breve

L’inizio della scuola è ormai alle porte e gli studenti che si apprestano a iniziare le scuole superiori quest’anno si sono dovuti arrendere a ulteriori cinque anni di scuola. Dal prossimo anno scolastico invece molti alunni avranno la possibilità di scegliere se intraprendere un corso di studi della durata di quattro o cinque anni.

Finora questa sperimentazione è stata limitata a 12 classi in tutto il paese, mentre ora la ministra Valeria Fedeli ha autorizzato ad ampliare questa possibilità a 10 classi.

 

Ogni scuola superiore, statale o paritaria, potrà infatti, durante il mese di settembre, presentare al MIUR un

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progetto: tra tutti quelli presentati, una commissione creata ad hoc dal minister

o sceglierà 100 istituti che potranno avviare una classe di liceo breve.

Questa commissione vaglierà le proposte che giungeranno dai vari istituti, privilegiando coloro che proporranno i progetti maggiormente innovativi come introdurre l’insegnamento di una materia scolastica in lingua straniera, l’utilizzo di nuove tecnologie e l’inserimento di attività di laboratorio.

Questa modalità di selezione è stata criticata da alcuni sindacati, sostenendo che in questo mod

o vengano favorite le scuole delle grandi città che spesso risultano più efficienti e che saranno quelle con maggiori mezzi per applicare le innovazioni richieste. In questo modo, sempre secondo i sindacati, il bilancio finale della sperimentazione sarà falsato in quanto non sarebbe verificabile nei centri più piccoli.

Gli obiettivi previsti per le classi di liceo breve saranno gli stessi di tutte le altre classi, così come l’esame finale di maturità: per questo motivo sarà possibile aumentare il monte ore annuale previste per questo ciclo di studi da 900 a 1050 annue.

Questo progetto viene sostenuto da chi vorrebbe un percorso scolastico più simili ad altri paesi europei, come Francia e Regno Unito, dove si conclude la scuola durante il diciottesimo anno di età.

Inoltre, secondo uno studio de “Il sole 24 ore”, questa innovazione produrrebbe un risparmio superiore a 1 miliardo di euro.

La comprensione del testo

Saper leggere un testo non significa solo saper pronunciare in modo corretto le parole che lo compongono ma anche comprenderne il significato. Capire un testo è un compito molto complesso che implica diverse abilità specifiche.

Negli ultimi decenni sempre maggiore attenzione è stata dedicata all’abilità di lettura, sia in termini di correttezza che di rapidità, e alla difficoltà specifica a essa correlata, la dislessia.

Solo recentemente le ricerche si sono focalizzate sull’abilità di comprensione del testo che tuttavia non rientra nei disturbi specifici dell’apprendimento.

Comprendere un testo e saperlo leggere ad alta voce sono due abilità correlate ma che coinvolgono aspetti differenti, e non sempre il deficit in una delle due comporta un deficit anche nell’altra.

Saper leggere un testo ad alta voce significa saper pronunciare le parole che lo compongono in modo corretto e con una velocità adeguata, saperlo comprendere invece significa coglierne il significato.

Numerose ricerche suggeriscono che questi due aspetti della lettura siano indipendenti tra loro (Pazzaglia, Cornoldi e Tressoldi, 1993), ad esempio un bambino potrebbe essere in grado di leggere perfettamente un brano ad alta voce pur non riuscendo a comprenderne il significato e viceversa potrebbe essere in grado di comprenderlo in modo sufficiente pur avendo una lettura lenta o caratterizzata dalla presenza di diversi errori.

La comprensione del testo è un’abilità indispensabile sia in ambito scolastico che nella vita di tutti i giorni. Avere difficoltà a comprendere un testo comporta necessariamente difficoltà su vari fronti, ad esempio a studiare in modo autonomo sui libri per prepararsi a una verifica, saper leggere una ricetta di cucina, un libretto d’istruzioni o un libro nel tempo libero.

Tale abilità è deficitaria in molti studenti, ma non solo, studi internazionali indicano che il 70% degli italiani si trovi sotto al livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà.

Un bambino con importanti difficoltà di comprensione non necessariamente andrà incontro all’insuccesso scolastico ma raggiungerà risultati inferiori rispetto agli altri e a quanto ci si aspetterebbe dalle sue capacità. Tutto ciò potrà influire negativamente sulla sua motivazione e sull’investimento nello studio.

L’abilità di comprensione del testo può essere valutata attraverso brani specifici per l’età di scolarizzazione accompagnati da domande aperte o a scelta multipla.

Tale abilità è molto complessa e comprende diversi aspetti cognitivi, per questo motivo bambini con difficoltà di comprensione possono cadere su aspetti differenti di uno stesso testo.

Per comprendere un testo sono necessarie 10 abilità (De Beni, Cornoldi, Carretti e Meneghetti, 2003):

1. Saper identificare i personaggi, il tempo e il luogo in cui si svolge la storia e i fatti narrati;

2. Distinguere i fatti e ordinarli in sequenza;

3. Saper comprendere la struttura sintattica, ad esempio la punteggiatura;

4. Saper fare dei collegamenti tra parti diverse della storia;

5. Saper fare delle inferenze;

6. Avere una sensibilità verso il testo, ad esempio saper trarre informazioni dal titolo o dal genere letterario;

7. Riconoscere la gerarchia del testo, ad esempio individuandone gli elementi importanti;

8. Sapersi rappresentare mentalmente ciò che viene letto;

9. Saper lavorare sul testo e scegliere strategie in modo flessibile a seconda dello scopo e del testo;

10. Essere in grado di individuare errori, incongruenze o significati ambigui.

Individuando gli aspetti maggiormente deficitari sarà possibile potenziarli in modo selettivo aiutando così il bambino a migliorare la sua comprensione globale.

Bambini e social network

Si sta sempre più diffondendo la possibilità anche per i minorenni di accedere a Whatsapp o creare il proprio profilo sui social network. Ecco i consigli della polizia postale per educare i più piccoli a un uso più consapevole della rete.

Vorrei fare una riflessione questa settimana traendo spunto da una storia vera appena capitata a persone a me molto vicine.

Verso la fine della scuola, un bambino di 10 anni, sapendo di dover salutare i suoi amici che hanno concluso con lui il ciclo delle elementari, crea un gruppo Whatsapp con tutta la sua classe, includendo per errore il numero di un adulto che era nella sua rubrica. Alcuni bambini, non riconoscendo il numero in questione, iniziano a mandare dei messaggi a questa persona, chiedendo chi fosse, sollecitando più volte la risposta con ulteriori messaggi e squilli.

 

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In questo caso non si parla di cyberbullismo, ma di bambini di 10 anni che, disponendo di un cellulare con una connessione internet, non hanno ancora la percezione di quello che può essere pericoloso all’interno dell’infinito mondo della rete e contattano in prima persona un estraneo, senza avere idea a quali rischi vadano incontro.

Moltissimi bambini della scuola primaria hanno ormai nella propria cartella un telefono cellulare; e se questo strumento sicuramente da una parte risulta agile per i genitori che vogliono comunicare in modo immediato con il proprio figlio, dall’altra pone nelle mani dei più piccoli uno strumento del quale non conoscono i rischi e che può risultare davvero pericoloso se non viene usato con consapevolezza.

Parallelamente si stanno moltiplicando i profili social che appartengono ai minori: non solo Facebook e Whatsapp, ma anche Instagram e Snapchat. Una ricerca della Polizia Postale indica che il 37% di ragazzi minorenni fa amicizia sui social network, accettando tra le proprie amicizie anche sconosciuti; il 19% dichiara invece di aver incontrato nella vita reale persone conosciute in rete.

Fortunatamente si stanno moltiplicando, sia nelle scuole che in altri contesti, iniziative per sensibilizzare ed educare i bambini all’uso consapevole della rete.

Alcuni siti utili che vi segnaliamo sono :

Ecco alcuni consigli per i genitori riportati dalla polizia postale (fonte: https://www.commissariatodips.it/da-sapere/per-i-genitori/navigazione-sicura-e-consapevole-dei-minori-su-internet.html)

  • Insegnate ai bambini più piccoli l’importanza di non rivelare in Rete la loro identità. Spiegategli che è importante per la loro sicurezza e per quella di tutta la famiglia non fornire dati personali (nome, cognome, età, indirizzo, numero di telefono, nome e orari della scuola, nome degli amici).
  • Spiegate ai vostri figli come navigare sicuri anche se sapete che vostro figlio non sembra interessato a Internet. A scuola, a casa dell´amico del cuore, in un internet cafè potrebbe comunque avere voglia di navigare sulla Rete ed è bene che sia al corrente di quali semplici e importanti regole deve seguire per essere sicuro e protetto mentre si diverte.

  • Controllate i più piccoli affiancandoli nella navigazione in modo da capire quali sono i loro interessi e dando consigli sui siti da evitare e su quelli da visitare

  • Collocate il computer in una stanza centrale della casa piuttosto che nella camera dei ragazzi. Vi consentirà di dare anche solo una fugace occhiata ai siti visitati senza che vostro figlio si senta “sotto controllo”.

  • Impostate la “cronologia” in modo che mantenga traccia per qualche giorno dei siti visitati. Controllate periodicamente il contenuto dell´hard disk del computer.

  • Insegnate ai vostri figli preadolescenti e adolescenti a non accettare mai di incontrarsi personalmente, magari di nascosto, con chi hanno conosciuto in Rete. Spiegate come un computer collegato a Internet sia per alcune persone male intenzionate il modo migliore per nascondere propositi criminali dietro bugie e false identità, a volte molto attraenti.

  • Leggete le e-mail con i bambini più piccoli controllando ogni allegato al messaggio. Se non conoscete il mittente non aprite l´e-mail, nè eventuali allegati: possono contenere virus, troiani o spyware in grado di alterare il funzionamento del vostro computer. Date le stesse indicazioni ai ragazzi più grandi.

  • Tenete aggiornato un buon antivirus e un firewall che proteggano continuamente il vostro pc e chi lo utilizza.

  • Dite ai bambini di non rispondere quando ricevono messaggi di posta elettronica di tipo volgare, offensivo e, allo stesso tempo, invitarli a non usare un linguaggio scurrile o inappropriato e a comportarsi correttamente in rete.

  • Spiegate ai bambini che può essere pericoloso compilare moduli on line e dite loro di farlo solo dopo avervi consultato.

  • Cercate di stare vicino ai bambini quando creano profili legati ad un nickname per usare programmi di chat.

  • Non lasciate troppe ore i bambini e i ragazzi da soli in Rete. Stabilite quanto tempo possono passare navigando su Internet: limitare il tempo che possono trascorrere on-line significa limitare di fatto l´esposizione ai rischi della Rete.

Relazione tra pari e benessere psicologico

Diverse ricerche mostrano un’associazione significativa tra status sociale, misurato all’interno del gruppo classe, e la presenza di sintomatologia internalizzante (di tipo ansioso-depressivo) ed esternalizzante (di tipo aggressivo) in età evolutiva.

Lo sviluppo del bambino è fortemente influenzato dalla rete sociale in cui è inserito. E’ proprio nel contesto delle relazioni tra pari che i bambini imparano a padroneggiare abilità sociali come la comprensione, il rispetto delle regole, l’assunzione del punto di vista dell’altro e le abilità di negoziazione e gestione dei conflitti (Salmivalli, Isaacs, 2005). Le esperienze negative tra pari sono associate a problemi nell’adattamento durante l’adolescenza e l’età adulta (Hawker & Boulton, 2000).

All’interno delle relazioni tra pari, ad esempio nel gruppo classe, i bambini mettono in pratica delle competenze specifiche, e il livello in cui si padroneggiano queste abilità determina la posizione che questi ultimi occupano all’interno del gruppo ed il grado in cui piacciono o non piacciono ai loro coetanei che appartengono al loro stesso gruppo. Alcuni ricercatori, tramite la tecnica della nomina dei pari, hanno riscontrato che i bambini popolari hanno un carattere allegro, numerose interazioni, un elevato livello di gioco cooperativo e sono disposti a condividere (Reffieuna, 2003; Smoti, 2001). I bambini rifiutati hanno un comportamento irruente, sono asociali, litigiosi, preferiscono attività solitarie, sono poco cooperativi e presentano un maggior rischio di disturbi psicologici futuri come ansia e depressione (Ladd & Troop-Gordon, 2003).

Anche altri studi effettuati sulle relazioni tra pari hanno evidenziato come i bambini impopolari si ritrovano spesso in una situazione di totale isolamento e tendono a sviluppare sentimenti di solitudine, ansia e bassa stima di sé. Bolvin e colleghi hanno osservato come i soggetti vittimizzati dai compagni durante il primo anno di scuola elementare evidenziavano un incremento di comportamenti problema l’anno successivo, tra cui un maggior grado di ritiro sociale, e sentimenti di solitudine, risentimento, ansia e depressione.

Anche alti livelli di aggressività sono stati riscontrati in bambini rifiutati o ignorati dai pari; questi bambini sono meno accurati nell’interpretazione degli stimoli esterni e nel decodificare le intenzioni dei pari, ritengono la modalità aggressiva l’unica via possibile alle relazioni tra pari. Secondo Bierman

(2004) i bambini che manifestano condotte aggressive tendono ad essere isolati dal gruppo dei pari, ed è proprio questo isolamento che li porta a manifestare una varietà di atti aggressivi tali da scoraggiare ogni tentativo di approccio sociale da parte dei coetanei, innescando così un vortice di azioni e reazioni. I bambini aggressivi rifiutati provano una forte attrazione verso coetanei che presentano le stesse problematiche, alimentando così la creazione e conservazione di legami interpersonali devianti che mantengono i comportamenti problema.

In conclusione, le relazioni tra pari sono fondamentali per lo sviluppo e rappresentano un fattore importante sia di rischio che di protezione per il benessere psicologico. E’ quindi necessario che nelle scuole primarie vengano previsti programmi rivolti alla classe per favorire le relazioni tra pari e l’apprendimento cooperativo, con diversi obiettivi da perseguire quali: promuovere la condivisione, insegnare e favorire una comunicazione efficace per relazionarsi con gli altri e infine, sviluppare la capacità di gestire e risolvere conflitti attraverso il problem solving, una tecnica utile per sapere come reagire ai problemi tenendo conto di tutte le alternative possibili consentendo di giungere ad una soluzione attraverso la mediazione.

Denuncia di 600 professori universitari: gli studenti non sanno l’italiano.

Centinaia di personalità dell’ambiente accademico italiano si è unito per scrivere una lettera al governo per chiedere di intervenire fin dalla scuola primaria per migliorare l’apprendimento della nostra lingua in forma scritta e orale.

Qualche giorno fa è stata diffusa la lettera scritta al governo da personaggi di spicco della cultura di italiana, quali professori universitari, accademici della Crusca, linguisti e filosofi. Raccontano infatti come numerosi docenti universitari si trovino a correggere esami pieni di errori di lessico, sintassi e ortografia, alcuni perfino poco tollerabili quando fatti da alunni di terza elementare.

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Sicuramente queste lacune sono in parte date dal poco tempo che i ragazzi dedicano alla lettura, ma d’altra parte la lettera puntail dito contro la scuola italiana, soprattutto quella elementare e media, perchè sottovaluta il tema della correttezza ortografica e grammaticale.

Nella lettera viene scritto che «abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti».

Sarà necessario quindi ripartire dai fondamentali: «dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano», cambiando la tendenza di questi ultimi decenni che ha diminuito progressivamente le ore di italiano, lasciando all’insegnante la difficoltà di dividere le ore a sua disposizione tra letteratura e grammatica.

Molti indicano con possibile causa associata anche l’utilizzo di nuove tecnologie e in particolare dei social network, che abituerebbero i ragazzi a un linguaggio molto più semplice, a periodi più brevi e frasi meno complesse.

Buona parte del compito di contrastare questa tendenza all’impoverimento linguistico è sicuramente deputata agli insegnanti e al sistema scolastico in generale, ma ciò che le famiglie possono fare per arricchire il bagaglio lessicale e grammaticale del proprio figlio è incoraggiarlo nella lettura di libri nel tempo libero.

I disturbi specifici della scrittura: Disgrafia e Disortografia

Il disturbo specifico di scrittura si definisce disgrafia o disortografia, a seconda che interessi rispettivamente la grafia o l’ortografia. Segni di disgrafia o disortografia spesso appaiono durante i primi anni di scuola primaria, una diagnosi precoce permetterebbe da una parte di evitare errori di valutazione che possano portare a colpevolizzare il bambino e dall’altra la messa in atto di aiuti specifici e individualizzati.

La disgrafia fa riferimento al controllo degli aspetti grafici, formali, della scrittura manuale, ed è collegata al movimento motorio-esecutivo della prestazione. Essa si manifesta in una minore fluenza e qualità dell’aspetto grafico della scrittura. In genere il problema della scrittura disorganizzata viene sollevato dagli insegnanti della scuola primaria, che lamentano la difficoltà a seguire il bambino nel suo disordine. I sintomi manifestati possono essere: difficoltà visuo-spaziali (problemi con la forma e la spaziatura delle lettere, difficoltà a organizzare le parole da sinistra a destra della pagina, difficoltà a scrivere su una linea o dentro i margini) e difficoltà motorie (problemi nell’impugnatura di matite, incapacità ad usare le forbici in modo corretto, posizionare il polso, il braccio o il corpo in maniera scorretta durante la scrittura).

Molti bambini con disgrafia non riescono a scrivere correttamente una parola su una riga e la grandezza delle lettere è variabile, al punto da far apparire la scrittura disordinata e illeggibile. Per scrivere sono necessarie tutta una serie di complesse capacità motorie, riprodotte in sequenza, ed una serie di processi volti all’elaborazione del linguaggio. Nei bambini disgrafici queste abilità non sono adeguatamente integrate, risulteranno quindi più lenti e impacciati nello scrivere. Senza gli aiuti necessari, un bambino con disgrafia farà sicuramente più fatica a scuola, con tutte le conseguenze negative che possono verificarsi sia a livello emotivo che comportamentale.

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La disortografia riguarda invece l’utilizzo, in fase di scrittura, del codice linguistico in quanto tale ed è all’origine di una minore correttezza del testo scritto. Si può definire come un disordine di codifica del testo scritto, che viene fatto risalire ad un deficit di funzionamento delle componenti centrali del processo di scrittura, responsabili della transcodifica del linguaggio orale nel linguaggio scritto. Gli errori ortografici che il bambino commette possono essere: omissioni di grafemi o parti di parola (es. pote per ponte o camica per camicia), sostituzioni di grafemi (es. vaccia al posto di faccia),

inversioni di grafemi (es. il al posto di li), errori con le doppie, difficoltà a riconoscere gruppi sillabici complessi (gn, ch, gl), omissione o aggiunta dell’h. Solitamente questi problemi insorgono in seconda elementare e si protraggono nel tempo. Il più delle volte passano inosservati e vengono confusi con i normali problemi riscontrati nell’apprendimento, ma se perdurano nel tempo e si intensificano sono indicatori di un estremo disagio a carico della scrittura.

Ricordiamo che gli alunni con DSA (Disturbo Specifico dell’Apprendimento) hanno un quoziente intellettivo nella norma, e disortografia e disgrafia sono definiti in base alle prestazioni attese per l’età anagrafica dell’alunno. Molto spesso i due disturbi coesistono nello stesso bambino ed è frequente l’associazione con altre problematiche relative alla sfera dell’apprendimento, come la dislessia e la discalculia.

L’impatto di questi disturbi sullo sviluppo del bambino varia in base ai sintomi e alla loro gravità; spesso rimangono indietro con il lavoro scolastico, impiegano più tempo degli altri a svolgere le attività, e per questo possono scoraggiarsi ed evitare compiti in cui è richiesto l’uso della scrittura. Inoltre, possono sentirsi frustrati o in ansia rispetto ai loro coetanei e, se giudicati pigri o svogliati, potrebbero sviluppare una bassa autostima.

Se le difficoltà persistono sarebbe utile procedere con una valutazione specifica volta a giungere ad una adeguata diagnosi per inquadrare la problematica presentata. Al termine del percorso diagnostico, se viene confermata la presenza di disgrafia o disortografia è possibile attuare specifici trattamenti mirati a integrare e compensare i problemi presentati.

La legge 170/2010 riconosce a livello normativo le difficoltà che gli alunni con Disturbo Specifico dell’Apprendimento si trovano ad affrontare e prevede nelle scuole l’uso di strumenti compensativi, che permettono di compensare la debolezza funzionale derivante dal disturbo (ad es. prove orali al posto di compiti scritti, matite ergonomiche, quaderni per l’avvio alla stampato maiuscolo con guide direzionali del movimento, quaderni per l’avvio al corsivo con guide direzionali, computer con programmi per la videoscrittura e sintesi vocale) e di misure dispensative, che riguardano la dispensa da alcune prestazioni, predisponendo modalità più adatte alle caratteristiche del bambino (ad es. evitare all’alunno la scrittura sotto veloce dettatura, la copiatura dalla lavagna, scrivere in corsivo, prendere appunti).

Riconoscere il disturbo in seguito ad un’attenta valutazione da parte di esperti, seguire un programma educativo individualizzato a scuola e lodare il bambino per gli sforzi impiegati nel

raggiungere il risultato, possono motivare gli alunni ad andare avanti nel loro percorso scolastico mantenendo alta l’autostima.

Scuola: Aperte le iscrizioni per l’ A.S. 2017/2018

Gli strumenti offerti dal ministero per l’orientamento e l’iscrizione al primo anno di scuola primaria, secondaria inferiore e secondaria superiore.

Dal 16 gennaio al 6 febbraio i genitori potranno accedere alla modulistica online per l’iscrizione del proprio figlio per la prima classe di scuola primaria, medie e superiori.

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Questo periodo è particolarmente importante per i ragazzi che ora frequentano il terzo anno della scuola secondaria inferiore, perchè per loro è arrivato il momento di scegliere la scuola superiore.

 

 

Dal 2010 la scuola secondaria superiore è organizzata in:

  • 6 licei
  • istituti tecnici, suddivisi in due settori con 11 indirizzi
  • istituti professionali, divisi in 2 settori con 6 indirizzi.

Il ventaglio di opzioni è molto vasto e per gli studenti ancora incerti sul percorso da intraprendere, il primo passo è quello di approfondire l’offerta formativa presente sul territorio. A questo scopo, il ministero mette a disposizione uno strumento molto utile: il sito http://cercalatuascuola.istruzione.it/

Questo portale fa parte del progetto “scuola in chiaro” del MIUR e permette di conoscere la dimensione della scuola, l’offerta formativa, le risorse strumentali, il numero di studenti e la media di studenti per classe; sarà inoltre possibile risalire a informazioni riguardanti i vari corsi di studio e la loro organizzazione didattica: tutti dati utili per orientarsi all’interno dell’offerta formativa.

È importante fornire al ragazzo tutte le informazioni per poter effettuare la scelta in modo ponderato: essere consapevoli che alcune scuole permettono di entrare nel mondo nel lavoro senza dover proseguire con gli studi universitari, ad esempio, e aver chiaro i possibili percorsi dopo il diploma è un elemento decisivo per la scelta per il corso della scuola superiore.

Non tutti gli studenti sapranno rispondere alla domanda “che cosa vuoi fare da grande?”, ma è comunque importante guidarli in questo difficile momento, cercando di capire con loro quali sono le materie o gli ambiti di loro interesse per poter identificare la scuola più adatta al singolo ragazzo. Sarà anche essenziale sostenerli in questa scelta e lasciare che seguano le loro inclinazioni, assicurandoli che in caso la scelta si dovesse rivelare sbagliata, sarà comunque possibile cambiare corso scolastico in futuro.

La procedura per l’iscrizione è la seguente

  • connettersi e registrarsi al sito http://www.iscrizioni.istruzione.it , fornendo la propria mail
  • compilare la domanda online con i dati dello studente e indicando le 3 preferenze per la scuola superiore
  • terminare la procedura e aspettare la conferma dello stato di iscrizione.

La procedura viene comunque dimostrata passo passo in questo tutorial pubblicato su youtube dal miur :

https://www.youtube.com/watch?v=BIHW0W5wtXM

ADHD: cosa significa e come riconoscerlo

ADHD, una denominazione che sempre più sta diventando di uso comune, non sempre però è chiaro di cosa si tratti. Quali sono le caratteristiche che differenziano un bambino vivace da un bambino con ADHD?

Attentional Deficit Hyperactivity Disorder, in italiano Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività. Nel corso degli anni tale disturbo è stato definito in diversi modi: agli inizi del ‘900 veniva definito come un “deficit nel controllo morale ed una eccessiva vivacità e distruttività”, nel 1968 nel DSM-II si parlava di “Reazione Ipercinetica del Bambino”. Solo negli anni ’80 si iniziò a porre attenzione agli aspetti attentivi.

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Si tratta di un disturbo del neurosviluppo che interessa l’autoregolazione del comportamento, le cui caratteristiche fondamentali sono la difficoltà a mantenere l’attenzione, il controllo motorio e l’impulsività. Tali difficoltà spesso sono associate ad altri disturbi e impattano sulla qualità della vita scolastica e relazionale. Spesso questi bambini infatti presentano difficoltà scolastiche, e in modo particolare nelle materie che richiedono un maggiore sforzo (calcolo, comprensione e produzione di testi).

La difficoltà di concentrazione e l’iperattività sono tra i primi segnali che emergono quando è presente un disagio psicologico nel bambino dunque risulta spesso difficile porre una diagnosi di ADHD e distinguere da altri tipi di disagio psicologico.

Quali sono le caratteristiche principali che differenziano un bambino con disattenzione?

* Difficoltà a prestare attenzione ai dettagli. Questi bambini commettono molti errori di distrazione con effetti sull’apprendimento e sui giochi

* Difficoltà a mantenere l’attenzione per tempi prolungati

* Spesso sembrano non ascoltare quando gli si parla

* Facile distraibilità

* Difficoltà ad organizzare le proprie attività e a portare a termine i compiti

* Difficoltà ad affrontare compiti lunghi. Si annoiano facilmente e ciò può portare a comportamenti inadeguati.

Quali sono le caratteristiche principali che differenziano un bambino con iperattività/impulsività?

* Si muovono in modo eccessivo, non riescono a rimanere seduti al proprio posto

* Sembrano mossi continuamente da un motorino

* Cambiano continuamente attività

* Rispondono a caso

* Interrompono continuamente gli altri

* Non tollerano l’attesa e non aspettano il proprio turno.

Per poter effettuare la diagnosi è necessario che tali sintomi siano presenti prima dei 12 anni di età e devono manifestarsi in almeno due contesti, per esempio a casa e a scuola.

Spesso tali bambini presentano difficoltà a regolare i propri impulsi e le proprie emozioni con conseguenti comportamenti inadeguati e pericolosi.

Quali sono le cause?

Questo disturbo ha una base neurobiologica, per cui il bambino nasce predisposto a svilupparlo. I fattori ambientali, la famiglia e la scuola, possono avere un effetto nel modularne i sintomi cioè sul diminuirne o aumentarne la gravità.

In presenza di tali sintomi risulta dunque importante rivolgersi ad uno specialista per verificare se effettivamente sia presente un Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività e in tal caso, se necessario, per farsi aiutare nella gestione del comportamento e delle difficoltà del bambino.

Inclusione scolastica: da “La Classe degli Asini” a oggi.

Il 14 novembre è andata in onda su Rai Uno “La classe degli asini”, che racconta la storia della fine delle scuole speciali per i disabili.

Un paio di settimane fa in molti avranno avuto l’occasione di vedere il film tv “La classe degli asini”, ispirato alla storia vera di Mirella Casale.

Mirella Casale è un’insegnante e madre di Flavia che, a seguito di un virus, si ammala di encefalite. Mirella prova a iscrivere la sua bimba, compiuti i sei anni, a scuola, ma tutti la rifiutano.
L’unica possibilità è la scuola speciale, dove i bambini considerati “diversi” sono raggruppati nelle classi differenziali.
Nella stessa scuola è anche finito Riccardo, un suo alunno penalizzato da una situazione familiare molto difficile.

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In quegli anni Mirella scopre l’ANFFAS, un’associazione che si occupa di handicap e di cui Felice, suo collega insegnante, è attivista.
Grazie anche alla sua battaglia viene promulgata la legge che ordina l’integrazione dei bambini disabili nella scuola obbligatoria.
Questo interessante film ha avuto la possibilità di portare nelle case degli Italiani la vita quotidiana e le battaglie di tante famiglie.

Tra il 1971 e il 1992 vengono emanate tre importante leggi che segnano il percorso di integrazione dello studente con disabilità nella scuola: inizialmente sono gli studenti in difficoltà che si devono adeguare al resto della classe; con la legge 104/92 si arriva a stabilire i diritti di cui possono godere gli studenti in situazione di disabilità.

L’Italia è stata uno dei primi Paesi ad andare oltre le scuole differenziate e anche a presentare nel panorama scientifico gli effetti di questa inclusione.

Infatti diverse ricerche hanno appurato che la presenza di studenti con difficoltà porta dei vantaggi non solo a questi alunni, ma anche a docenti e compagni.

La presenza di uno studente in difficoltà infatti permette a insegnanti e studenti di riflettere in modo metacognitivo su se stessi e sull’apprendimento.

I docenti infatti avranno occasione ad esempio di pensare a come motivare ad imparare, semplificare i concetti e come favorire la memorizzazione.

I compagni invece potranno essere coinvolti in progetti di tutoring, migliorando la consapevolezza di come funziona il proprio apprendimento.

Similmente, è stato appurato che gli studenti con disabilità apprendono meglio nelle classi con coetanei normotipici rispetto a classi differenziate.

È quindi auspicabile che nelle classi si attui una vera integrazione e non che rimanga sono “sulla carta”, per fare in modo che tutti possano godere dei benefici che essa porta con sé.

La disabilità intellettiva

A differenza del disturbo specifico dell’apprendimento, la disabilità intellettiva si caratterizza per la pervasività delle difficoltà cognitive che si estendono a quasi tutti gli aspetti del funzionamento mentale e dell’apprendimento, provocando problemi cospicui di adattamento alla vita sociale.

La diagnosi di disturbo dello sviluppo intellettivo si basa infatti sulla compresenza di un deficit intellettivo globale e di un problema di adattamento in età evolutiva. Il funzionamento intellettivo viene valutato in base a test psicometrici standardizzati che permettono una stima del QI (quoziente intellettivo) del bambino e, per una diagnosi di disabilità intellettiva, il QI deve risultare al di sotto di 70.

 

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In base al punteggio del QI possono essere specificati quattro gradi di gravità, che riflettono il livello di compromissione intellettiva (lieve, moderato, grave e gravissimo). Il problema di adattamento invece viene valutato in relazione alla capacità dimostrata dal bambino di affrontare contesti e situazioni della vita quotidiana (comunicazione, autonomia personale, abilità sociali, ecc.). I soggetti con disabilità intellettiva hanno una prevalenza di disturbi mentali in comorbidità che è stimata da tre a quattro volte superiore rispetto alla popolazione generale. I disturbi più comunemente associati sono il disturbo da deficit di attenzione/iperattività, disturbi dell’umore e disturbi generalizzati dello sviluppo.

Non vi sono caratteristiche specifiche di comportamento o fisiche associate in maniera esclusiva alla disabilità intellettiva. Alcuni bambini possono essere passivi, tranquilli e dipendenti, mentre altri possono essere aggressivi e impulsivi. La mancanza di capacità di comunicazione può predisporre a comportamenti dirompenti e aggressivi, che sostituiscono la comunicazione verbale. Quando la disabilità intellettiva fa parte di una specifica sindrome, saranno presenti le caratteristiche cliniche di quella sindrome (per es. le caratteristiche fisiche della sindrome di Down).
Una volta certificata la disabilità intellettiva al bambino viene garantito un insegnante di sostegno che lo affiancherà nelle ore scolastiche, per favorire il processo di apprendimento e di integrazione scolastica.

Il decorso della disabilità intellettiva è influenzato dalle condizioni mediche generali sottostanti e da fattori ambientali (opportunità scolastiche e di apprendimento, stimolazione ambientale e adeguatezza dell’intervento). Soggetti ai quali nei primi anni di vita viene diagnosticata una disabilità intellettiva, con training specifici e opportunità di apprendimento adeguate potrebbero arrivare a sviluppare buone capacità adattive e sociali.